Nota su antifascismo e anticapitalismo

Ripropongo questo testo (Febbraio 2020) perché mi sembra ancora valido, inattaccabile sul piano della coerenza intellettuale.

A me pare sia l’ora di analizzare materialisticamente l’eziologia della coscienza e della cultura dell'antifascismo, il pregiudizio positivo antifascista, per sgomberare il terreno dalle ambiguità, se non da evidenti connivenze, di un riferimento teorico-politico costituzionale che storicamente si dimostra compatibile con la tragedia umana del capitalismo, ora “globale” poiché privo di alternative, ancor prima del 1989.
La cultura costituzionale, resistenziale, antifascista non può “inventarsi” come lavacro di coscienze; a mio giudizio, non può procedere verso una sorta di perenne autoassoluzione d’una “democrazia reale” che consente la brutalità dello sfruttamento, umano ed ecosistemico, per il profitto, del capitalismo multinazionale e limitarsi ad auspicare la piena attuazione del dettato costituzionale. Dopo 75 anni di fattuale affermazione della democrazia parlamentare, incompiuta, degenerata ed in via di dissoluzione, nelle sue tradizionali sembianze, è oltremodo onesto eticamente ed intellettualmente doveroso, nei riguardi delle masse popolari subalterne al dominio capitalista, manifestare una distanza culturale e fisica rispetto a chi ritiene realizzabile - come a suo tempo è stata antropologicamente possibile una “collaborazione” tra nascente capitalismo nazionale e Fascismo -, ancora oggi, una lotta antifascista in permanenza del modo di produzione capitalista, come se fosse accettabile una “narrazione" di comodo, interclassista e, in ultima istanza, decisiva nel concepire le libertà democratiche esclusivamente dentro l’orizzonte sistemico economico-sociale capitalista. È noto quali siano stati gli agenti ideologici di questa alterazione nell’interpretazione del rapporto sostanziale tra “struttura” e “sovrastrutture” e quale correlata idea è stata divulgata volendo privilegiare l’involucro istituzionale e la logica “partecipativa” della rappresentanza, nella dialettica partitica post-bellica, rispetto alle concrete ed irreversibili forme di emancipazione economico-normative ed all’affrancamento storico dalla riproduzione delle condizioni materiali dell'esistenza sussunte, formalmente e realmente, al capitale, dando effettivo seguito alla lotta armata partigiana ed alla strutturazione “sovietica” dello Stato, riuscendo ad innovare l’embrionale esperienza organizzativa territoriale del CLN. L’egemonizzazione di tutto il campo antifascista da parte della cultura politica, si democratica, ma soprattutto acritica nei riguardi dell’indebito e forzoso prelievo di valore imposto dall’impresa privata ai lavoratori, e favorevole alla graduale sterilizzazione della lotta di classe, finisce per nascondere il proprio tratto culturale e politico favorevole al capitalismo orientando l’attenzione delle masse popolari verso il suo miglior “contenitore” statuale, alternativo al momento dittatoriale. Tale operazione si è rivelata, in definitiva, l’esito di una ingegnosa impostazione del rapporto tra classi contrapposte, caratterizzato insieme da inclusione e da subordinazione, tale da vanificare la riconquista partigiana della stessa agibilità democratica. Si è antifascisti se si è coerentemente anticapitalisti. Il contrario non è dato.

Le modalità del comando capitalista, sia all'apice della sussunzione reale costituito dal fordismo, cioè dall'epoca capitalistica dispiegatasi nel secondo dopoguerra, sia quando l’azione di controllo finisce per situarsi nel cuore stesso dei processi di soggettivazione, nella loro molteplice dinamicità, in una spirale perversa che in ogni momento sollecita i soggetti in divenire ad una norma di inclusione differenziale, sostanzialmente non mutano con l’alternarsi della “dittatura” con la “democrazia”. Da ciò deve nascere un’analisi attenta, sincera e fondata della natura necessariamente anticapitalista dell’antifascismo contemporaneo per restituirlo alla più elevata ed efficace espressione teorico-politica ed organizzativa, battendo sul terreno delle pratiche sociali ogni sua consuetudine, purtroppo reiterata negli anni recenti, di mera conservazione della memoria dentro la sacra ridotta della Costituzione della Repubblica italiana.
Prof. G. Dursi, Docente M. I. di Filosofia e Scienze umane

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